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«Bayna»: la Bergamo che il giornalista non ha visto

2026-10-07 20:24

Gruppo giovani

riflessioni,

«Bayna»: la Bergamo che il giornalista non ha visto

Risposta critica a un servizio giornalistico che parla delle persone senza fissa dimora solo attraverso degrado e violenza.

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Sempre più spesso, in televisione, vengono proposti servizi che raccontano il fenomeno della marginalità e delle persone senza fissa dimora quasi esclusivamente attraverso degrado, aggressioni e situazioni estreme. Riflettendo, credo sia facile raccontare una realtà complessa scegliendo soltanto ciò che fa più paura e genera indignazione. Nel servizio vengono riprese scene o frasi che fanno scalpore e vengono ripetute in continuazione senza andare a fondo della questione. Non c’è nessun tipo di inchiesta, i giornalisti attaccano piuttosto che sviscerare la vicenda, cercando le cause del problema come la povertà, le pessime politiche di integrazione e il supporto ai senza fissa dimora.

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È evidente che non tutte queste persone siano perbene e purtroppo non è una novità che in tutta Italia si verifichino aggressioni, comportamenti molesti o il frequente abuso di alcol e droghe. Negarlo sarebbe assurdo, ma credo che raccontare queste situazioni come se fossero il volto di un'intera categoria sia estremamente riduttivo e lontano dalla verità. Non è corretto usare il brutto comportamento di un singolo e farlo passare per quotidianità, generalizzando brutalmente di fronte agli occhi degli spettatori e lasciando che tutta una categoria di persone venga etichettata come capro espiatorio dei problemi della città.

Dietro questi comportamenti ci sono storie di solitudine, traumi, dipendenze, disagi psichici o emarginazione. Comprendere tutto questo non significa giustificare ciò che viene commesso: significa ricordarsi che davanti a noi c'è comunque una persona con una dignità e che merita rispetto.

 

 

É proprio questo che trovo profondamente sbagliato in servizi di questo genere. In pochi minuti si prende una realtà fatta di centinaia di persone diverse e si costruisce un racconto nel quale si descrivono quasi soltanto i casi più estremi. Non si raccontano le storie, non si cerca di capire come quelle persone siano arrivate lì, non si mostra chi prova ad aiutarle e non si raccontano nemmeno le numerose storie riguardanti comportamenti lodevoli compiuti da queste persone. Si mostrano solamente il degrado, le urla, le aggressioni, le dipendenze e il disagio, e alla fine rimane soltanto l'idea che “sono tutti così”. 
Fare informazione sui problemi legati alla sicurezza è fondamentale; tuttavia, raccontare la marginalità soltanto attraverso i suoi aspetti più degradanti non significa raccontarla davvero. Significa prendere persone che stanno già vivendo una condizione di estrema fragilità e ridurle, davanti a milioni di spettatori, al loro momento peggiore.

E forse sarebbe proprio questo il compito di un buon giornalismo: non limitarsi a mostrarci ciò che è più facile condannare, ma provare anche a raccontarci come e perché quelle persone sono finite in quelle situazioni... e fare leva per cambiarle.

Guardando il reportage di Mario Giordano mi è subito venuta in mente una canzone.

E’ cantata da Ghali, figura emblematica sia per i suoi testi che per la profondità del messaggio racchiuso nella sua musica.

La canzone di cui parlo é Bayna, ed è una canzone scritta a metà in arabo ed a metà in italiano. 
Ho pensato fosse opportuno riportare qui il testo con la traduzione della parte in arabo: 

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La tristezza potrebbe aver preso il sopravvento su di me, il tempo è passato

Pensavi che la tua freddezza sarebbe stata eterna

Hai iniziato a incolparmi

Con l’anima della mia ombra ho volato alto

Anche se le nuvole erano cupe

Anche se sono stato sfortunato

Guardando negli occhi le persone che hanno tradito, non lo dimenticherò

Ma le mie intenzioni erano sempre buone

Dimmi solo che non lo sapevo

E i miei occhi non vedevano un percorso chiaro

Ma è chiaro ed evidente

Niente è impossibile

Ma è chiaro ed evidente

Questo non durerà per sempre

Mediterraneo

Tra me e te il Mediterraneo

Il volto familiare di un estraneo

Orfano come un nuovo ateo

Immagina il Corano nella radio

Non parlan bene di noi al notiziario

Maledetto quel giorno allo stadio

Ora, a testa in giù, tutto è più chiaro

Seconda mamma

Sei la mia seconda mamma

Non c'è figlio che non sbaglia, no

Tu sogni l'America, io l'Italia

La nuova Italia

Credo che questa canzone sia emblematica, soprattutto se si parla di un servizio che mira a dipingere Bergamo come una città in mano al degrado, a senza fissa dimora violenti e un clima di paura e pericolo. La Bergamo che conosco io però non é questo, non come viene presentata qua. La Bergamo che conosco io è fatta sì di marginalità, di situazioni difficili, vite stropicciate e sogni spezzati dal mostro della Droga. Ma anche di persone che si incontrano, di mani tese una verso l’altra, di progetti, sorrisi, condivisione, culture che si mescolano, seconde possibilità. E’ una Bergamo che prova ad andare oltre agli stereotipi, oltre alle differenze, per creare ponti e cercare punti di unione tra persone, poco importa se senza fissa dimora o no. Una Bergamo che crea, che aiuta, che unisce.

E il risultato di tutto questo si vede attraverso i progetti che portiamo avanti noi realtà associative del territorio. Il nostro progetto parchi ha visto implicati attivamente persone diverse che hanno contribuito tutte alla manutenzione del chiosco, alla pulizia delle aree verdi comuni, all’inaugurazione ed agli eventi.

Per non parlare poi del servizio in stazione ed alle numerose persone che la sera non solo usufruiscono del servizio venendo a prendere il the, ma decidono di accompagnarci nel giro, di aiutare con i thermos, di tenere i bicchieri, di fermarsi a discutere.

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La parte più buia di Bergamo, quella dove si ritrovano le conseguenze vere e crude della vita passata in strada esiste, ma non caratterizza un mondo molto più grande e non va fatta passare come la normalità. 
La nostra, la mia normalità è fatta di incontri ed esperienze che mi hanno cambiato dentro e di storie che a raccontarle fanno paura, ma dalle quali può nascere sempre qualcosa di nuovo, di migliore. E dove non è possibile cambiare, è possibile comunque accompagnare, creare relazione, ascoltare e dialogare, negoziare… sempre e comunque nel rispetto di quella che è una vita umana attraversata e segnata da esperienze e traumi che a volte non vediamo e che trasformano radicalmente persone in zombie. Questo non fa di loro persone cattive, ma fragili e intrappolate in un tunnel che le tiene in ostaggio.

Come dice Ghali, niente è impossibile.

“Non c'è figlio che non sbaglia, no. Tu sogni l'America, io l'Italia. La nuova Italia”. 

Un’Italia che unisce, che non giudica dalle apparenze e soprattutto un’Italia che per fare un servizio su Bergamo si rivolge alle persone di Bergamo, a quelle che la marginalità la toccano con mano e la trattano con rispetto, e non ad uno come Mario Giordano che manipola le informazioni e le riprese per far passare un messaggio inaccurato e divisivo.

Bayna in arabo significa vederci chiaro, e credo che riassuma senza troppe spiegazioni necessarie il senso di quello che voglio esprimere.

Ma può anche voler dire semplicemente “chiaro”, come quello che facciamo e portiamo avanti ogni giorno e come tutti i traguardi che raggiungiamo.

La vera realtà dietro le storie raccontate in tv si trovano in quella strada tanto criticata e demonizzata proprio da chi non ci ha messo piede; su quelle panchine su cui credo che Giordano ed i suoi giornalisti non si siano mai seduti; tra le coperte ed i sacchi a pelo in cui loro non si sono mai trovati a dormire; nei segni di una dipendenza che, fortunatamente, non si sono mai trovati a combattere.

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